L’aumento del prezzo del petrolio e il progressivo esaurimento delle riserve spinge le compagnie petrolifere a indirizzare il proprio interesse verso una risorsa fino a ora ritenuta non sfruttabile: le sabbie bituminose.
In Canada, nella regione di Alberta, si stima che sia possibile ricavare da queste particolari sabbie ben 170 miliardi di barili di petrolio, un quantitativo secondo solo alle riserve dell’Arabia Saudita. Ma, fino ad oggi, il procedimento per ottenerlo crea enormi danni ambientali, l’immissione in atmosfera di grossi quantitativi di gas serra oltre a essere energeticamente non conveniente. Il governo canadese valuta infatti che sia necessaria dalle tre alle cinque volte l’energia occorrente all’estrazione convenzionale del petrolio.
Attualmente un gruppo di lavoro dell’università di Calgary, con a capo l’ingegnere chimico Pedro Pereira, sta mettendo a punto una nuova tecnologia che, grazie all’utilizzo di un nuovo catalizzatore, renderebbe l’intero processo sotterraneo evitando l’inquinamento da sulfuri e da composti dell’azoto, oltre a ridurre l’emissione di gas ad effetto serra.
Sempre all’università di Calgary, un altro gruppo di scienziati in collaborazione con l’università inglese di Newcastle sta lavorando a una soluzione, ancora più ecologica e davvero innovativa. I ricercatori, capitanati da Stephen Larter, ritengono sia possibile indurre particolare batteri (Syntrophus) a metabolizzare i bitumi, producendo idrogeno come prodotto di scarto; a questo punto un secondo tipo di batteri convertirebbe l’idrogeno in metano, a sua volta estraibile con le tecniche convenzionali.
Larter ha già condotto esperimenti di questo genere in laboratorio; dopo l’aggiunta di sostanze fertilizzanti, quali azoto fosforo e vitamine, a un campione di formazione bituminosa si è visto che in circa 600 giorni gli idrocarburi pesanti sono stati trasformati in metano.
FZ