Sull’isola indonesiana i conflitti tra uomini e animali selvatici diventano sempre più frequenti, e spesso mortali. La causa? L’arretramento delle foreste che riduce sempre di più gli habitat naturali.
Negli ultimi 25 anni Sumatra ha perso i due terzi del suo manto forestale. Di conseguenza, è andato distrutto lo spazio vitale di orangutan, elefanti, rinoceronti e tigri, tutte specie protette e in via di estinzione. E a mano a mano che il loro territorio si restringe, esse si avvicinano sempre più spesso alle zone abitate dagli uomini in cerca di cibo. Da qui i conflitti uomini-animali che vanno aumentando.
La lista dei morti dovuti a questi incidenti si allunga drammaticamente. Dall’inizio dell’anno a Sumatra ci sono stati almeno dieci attacchi da parte di tigri, dei quali otto mortali. Eppure, a sentire le parole di Dermawan, un contadino della zona, «le tigri , anche se divorano gli uomini, non sono niente in confronto agli elefanti». Questi rappresentano il male peggiore, perché distruggono i raccolti senza che si possa far nulla per impedirlo. I loro raid sui frutteti si verificano almeno una volta alla settimana , cosicché i contadini, già afflitti dalla povertà, vedono spesso svanire in una sola notte il risultato di settimane di lavoro.
Per proteggersi, gli abitanti dei villaggi si servono di veleni e trappole disposti intorno ai loro campi. O addirittura abbattono gli animali selvatici se ne hanno la possibilità. Trattandosi di atti illegali, non ci sono dati ufficiali precisi riguardo al numero di animali uccisi. Secondo il Wwf, tra il 2002 e il 2007 il « conflitto » ha fatto 42 vittime umane e un centinaio di elefanti.
Due ong, per limitare i reciproci danni, hanno organizzato pattuglie antielefante per tentare di limitare l’impatto dello scontro uomo-animali. Per faro si servono di quattro pachidermi addomesticati che hanno il compito di respingere nella foresta, qualora si avvicinassero ai campi dei contadini, i loro cugini selvatici. La formula “evitare il conflitto in modo pacifico” sembra efficace ma si tratta comunque di una soluzione a breve termine, specialmente se il ritmo della deforestazione non intende rallentare.
ME