Che cosa fu a scatenare un eccezionale episodio di riscaldamento globale 55 milioni di anni fa? Se lo sono chiesti tre geologi guidati da Richard Zeebe dell’università delle Hawaii, con la speranza di fare chiarezza anche sui cambiamenti climatici che stanno stravolgendo la Terra oggi.
Il Petm, acronimo di Palaeocene-Eocene Thermal Maximum, fu un periodo durante il quale la temperatura superficiale della Terra schizzò in alto di cinque-nove gradi centigradi in poche centinaia di anni e l’oceano artico si riscaldò fino a raggiungere i 23 gradi. La causa fu lo sprigionamento improvviso di un’enorme quantità di gas serra in poco tempo dovuto a cause naturali: eruzioni vulcaniche e rilascio degli idrati di metano dall’oceano.
La quantità di CO2 atmosferica salì così del 70 per cento, raggiungendo le 1.700 parti per milione (tra le quattro e le cinque volte la concentrazione odierna). Ma tutta questa anidride carbonica, di per sè, avrebbe innalzato la temperatura “soltanto” di 3,5°C. Ciò che ha scoperto il team del professor Zeebe è che questo fenomeno ha innescato un meccanismo di “feedback positivo”: l’aumento di pochi gradi della temperatura della Terra ha provocato lo scioglimento dei ghiacci artici, privando il pianeta del suo strato riflettente e facilitando un assorbimento sempre maggiore del calore solare.
Ed è quello che si potrebbe ripetere entro questo secolo, nonostante ci siano delle grosse differenze geologiche e di copertura dei ghiacci tra la Terra di oggi e quella di 55 milioni di anni fa. I gas serra, questa volta però di origine umana, hanno già fatto aumentare nel secolo scorso la temperatura terrestre di 0.8 °C. La scorsa settimana gli stati del G8 sono riuniti a L’Aquila con lo scopo, tra l’altro, di raggiungere un accordo sul clima: basterà tagliare le emissioni dell’80 per cento per limitare il riscaldamento globale di due gradi centigradi? Pare di sì. L’importante è che questi accordi vengano rispettati.