La recente risoluzione del governo cinese, fatta passare sotto silenzio, di consentire la vendita di prodotti ottenuti dalle tigri potrebbe dare un duro colpo alla già scarsa popolazione mondiale dei felini già a rischio di estinzione.
L’allarme è stato lanciato il due settembre da Traffic, un network che si occupa del monitoraggio del commercio di fauna selvatica collegato al Wwf. Attualmente in Cina sopravvivono solo 30 - 40 tigri allo stato brado, mentre circa 5.000 sono gli esemplari allevati in cattività e a ritmi sostenuti per la gioia dei turisti.
Il timore è che questa decisione spinga gli allevatori a destinare gli animali alla produzione di tonici, medicine tradizionali e alla vendita delle pelli, alimentando ulteriormente il già florido mercato nero.
L’India vanta invece il più alto numero di felini selvatici ma, secondo gli ambientalisti, il rapido declino del numero di esemplari è strettamente legato alla disinvolta politica cinese. Cacciare le tigri, infatti, risulta molto più conveniente che allevarle e i cacciatori indiani percepiscono per ogni esemplare circa 400 rupie, poco più di 5 euro.
Le carcasse vengono poi trasportate in Cina per la lavorazione delle varie parti. I funzionari indiani stanno attualmente cercando un accordo con gli organi preposti cinesi nel tentativo di interrompere la carneficina.
FZ