Superati i 50 anni può capitare che le arterie, a causa di un’anomalia delle loro pareti, inizino progressivamente a dilatarsi. E se tale dilatazione raggiunge il 50 per cento del normale si è in presenza di un aneurisma. Il più grave riguarda l’aorta, e nel 75 per cento dei casi quella addominale.
L’incidenza di questo problema varia notevolmente con l’età raggiungendo il suo picco massimo, pari al cinque per cento, negli over-65, ed è legata sia al profilo genetico, sia al sesso. Aver avuto un parente di primo grado con episodi del genere fa aumentare anche del 32 per cento le probabilità di avere un aneurisma. Più colpiti sono gli uomini con un rapporto di otto casi su dieci. Altri fattori di rischio sono l’ipertensione arteriosa e il fumo.
In Europa ogni anno vengono diagnosticati 220.000 nuovi casi, dei quali 27.000 solo in Italia. Si tratta di numeri in continua crescita a causa del progressivo invecchiamento della popolazione. Fondamentale, quindi, è riuscire a individuare il prima possibile le persone a rischio nonostante questo problema non si manifesti con sintomi particolari fino a quando non è ormai troppo tardi. Otto persone su dieci non fanno neanche in tempo ad arrivare in ospedale e dei pochi che ci riescono se ne salva solo la metà. L’unico segno alla visita è una massa pulsante in tutte le direzioni nella zona a sinistra dell’ombelico.
La rottura dell’aneurisma si manifesta con nausea, talora vomito e dolore addominale diffuso che precedono la comparsa di una situazione di shock ipovolemico causato dell’emorragia interna che porta rapidamente alla morte. Eppure, come sottolineano i chirurghi vascolari italiani, intervenendo con un trattamento chirurgico programmato il rischio di morte sarebbe solo del tre per cento.
Oggi diagnostire per tempo l’aneurisma addominale è più semplice grazie alla tomografia assiale computerizzata che permette di valutare la sua estensione, il rischio che si rompa e la presenza di trombi. Sarà quindi il medico a decidere la tecnica chirurgia più adatta da usare per posizionare una protesi a livello dell’arteria malata tra quella tradizionale “a cielo aperto”, che implica l’apertura dell’addome e tempi di ricovero più lunghi, o quella mininvasiva per via endovascolare, più costosa in quanto richiede protesi hi-tech da 8-10.000 euro che però allo stato attuale le Regioni difficilmente possono permettersi. Eppure questo tipo di intervento riduce il rischio di morte, consente di evitare la terapia intensiva e prevede un ricovero più breve.
Di Enrico Artesi D’Amore. Tratto da Modus vivendi, novembre 2009